La danza dal di dentro. Riflessioni ispirate all'opera di Mark Rothko
di Federico Torre

Mark Rothko è un pittore meravigliosamente americano, desolato e squadrato soprattutto nei suoi primi lavori, quelli meno conosciuti, che sono i primi tasselli di una maestosa scalata fra le potenzialità intrinseche della visione e che l’anno scorso sono stati splendidamente raccolti nella grande retrospettiva dedicatagli presso la Fondazione Louis Vuitton a Parigi. Quei suoi primi lavori molto meno conosciuti e piu espressionisti in senso canonico, sono i mattoni di una ricerca grandiosa sul tema della profondità, che successivamente lo porterà alle grandi tele più famose che sono fra gli esiti più originali nell’ambito dello spazialismo, la corrente chiamata in questo modo perché appunto lavora sul concetto di spazio.
Il messaggio nuovo contenuto in quelle tele sarà che l’arte non solo si può rivolgere all’interiorità per cercarvi ispirazioni, ma può ambire a dipingere quello stesso spazio interiore da cui trae ispirazione. Ma procediamo un passo alla volta.
Ma prima di parlare di danza, ci teniamo a sottolineare come Mark Rothko sia un pittore meravigliosamente americano, desolato e squadrato, soprattutto nei suoi primi lavori, quelli meno famosi, che per certi paesaggi e stati d’animo ricordano Edward Hopper. Quei primi lavori che sono i mattoni di una ricerca che lo porterà poi a quelle grandi tele che sono fra gli esiti più originali nell’ambito dello spazialismo.
L’opera di Rothko vorrebbe essere per noi l’ esempio di come l’arte non solo si possa rivolgere al di dentro e pescarvi ispirazioni, ma possa ambire a dipingere quello stesso “di dentro” o, nei casi che ci riguardano, a danzarlo. Ma procediamo un passo alla volta.
In questa specifica corrente definita appunto spazialismo, la tela occupa un ruolo fondamentale proprio in quanto spazio da riempire. E il fatto di riempire questo spazio, e soprattutto la modalità con cui ci si confronta con questo problema, è stata da sempre la cifra di tali artisti. La loro ricerca figurativa va’ di pari passo dunque con la prooria ricerca interiore, o meglio con la ricerca di uno spazio interiore, di un luogo, e quindi, conseguentemente, con la raffigurazione di questo spazio. Non si dipinge più esattamente l’anima, insomma, come magari facevano gli espressionisti astratti alla maniera di Pollock, ma si prova a prenderne le misure. Non l’essenza quindi, ma l’ampiezza, la larghezza e la profondità. L’artista, insomma, si fa’ sarto.
Allo stesso modo Rothko collocandosi in questa tradizione attinge alle proprie risorse interiori per arrivare a raffigurare spazi, e questo movimento dal dentro al fuori, significa esplorarsi dall’interno, e portare in superficie le proprie scoperte, esattamente come farebbe un archeologo sommozzatore.
Il movimento è quindi sfacciatamente verticale, dal dentro al fuori, dall’interno all’esterno. Inoltre, storicamente, come detto, tale ricerca si colloca nell’ottica di una linea più ampia che ha riguardato diversi artisti, e che nella storia dell’arte si è occupata specificatamente della rappresentazione della profondità. In particolare il solco più ampio è quello dell’espressionismo astratto, che possiamo descrivere non solo come un tipo di raffigurazione pittorica, ma come una vera e propria avventura del linguaggio umano in cui il focus divenne dipingere i sentimenti puri senza più preoccuparsi dei dettagli figurativi .
In questo senso Rothko trova i propri predecessori in due grandi maestri quali Jackson Pollock e Lucio Fontana che con le proprie opere hanno riflettuto in modo nuovo sul concetto di profondità. Quello che dal Quattrocento in avanti era stato un problema esclusivamente ottico , ovvero dare l’illusione di andare “dentro” al quadro, con loro si è trasformato in un problema interiore. La rappresentazione della profondità è divenuto il problema di una raffigurazione che si potrebbe definire intima, se non addirittura spirituale. Il problema di rappresentare l’interiorità, ovvero la quinta dimensione, coincide con il problema di rappresentare la profondità di campo, ovvero la terza. E se in Pollock l’astrazione era diventata un magma che risucchiava tutto , compreso chi guardava, con Fontana si era arrivati al gesto limite di bucare la tela per trovare una nuova profondità, ancora più assoluta e sfacciata. Fino ad arrivare a Rothko nel quale questa ricerca diventa un andare negli abissi per riportare a galla qualcosa. Una pittura fatta di reperti.
Ci domandiamo allora se questo metodo non possa essere la chiave di una nuova creatività, anche oltre la pittura. Se per esempio allo stesso modo possa esistere una danza in grado di andare in fondo , di attingere alle origini del gesto per portare fuori, di pescare fra gli abissi per dare successivamente alla luce. In un gesto che prima ancora di diventare movimento sia in grado di trovare la propria spinta in un luogo interiore fermo. In un’immobilità trovata in un percorso che assomiglia moltissimo alla meditazione. Una stanza da raggiungere nel profondo, dove tutto è immobile e da cui tutto successivamente sgorga. Un viaggio controcorrente verso l’origine di ogni movimento.
Ci domandiamo se non sia quello il segreto di una nuova “creatività spirituale”. Il vero fondo del mare. Come certi maestri di arti marziali che insistono sul fatto che il movimento debba nascere da un’immobilità che lo precede, così nell’arte, applicata a tutti i linguaggi, c’è sempre un attimo prima di decidere di creare. È lì che occorre saper stare.